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i proiezionisti

Assieme alle sale cinematografiche che hanno esaurito la loro storia, ci sono anche i proiezionisti, una “razza” ormai estinta. Il freddo digitale ha messo fine alla loro carriera, l’ha drasticamente trasformata. L’operatore cinematografico non c’è più: abilitato tramite esame per ottenere il patentino, univa conoscenze tecniche all’italica arte di arrangiarsi. Ovvero montare, tagliare la pellicola, caricare e issare a mano “pizze” da 25 chili, controllare il fuoco, il sonoro, farsi carico insomma  di una proiezione perfetta, e in sicurezza.


“L’ultimo pizzaiolo” Pino Boi al tavolo di lavoro

Adesso il computer assolve questi compiti, basta impostare i codici e schiacciare un bottone per far partire il film, non è necessario – come un tempo – stare vigili accanto al proiettore simile a una sbuffante caldaia, monitorare la “farfalla”, i carboni, la lampada, i salti; e poi le giunte con l’acetone e il nastro adesivo, la paura di un incendio.  Tutto per non interrompere l’emozione degli altri. Lavorando quando gli altri si divertono. Un mestiere di grande sacrificio, chiusi per almeno 12 ore nella cabina che diventava una rumorosa cella a 40 gradi, spesso anche titolari di quell’attività commerciale per tradizione familiare. Il pubblico non li vedeva mai, si intuiva esistessero perché lassù nel rettangolo illuminato qualcosa si muoveva, prima che uscisse il fascio di luce animato dai pulviscoli (e dal grigio danzante del fumo delle sigarette, quando era permesso) a tagliare il buio. Ci si accorgeva di loro se l’immagine perdeva nitidezza o il sonoro balbettava, ed erano urla verso un indistinto individuo, sempre uguali: “Fuoco!”, “Quadro!”, “Voce!”.  Essendo diventati “residuati bellici” di un’epoca finita, quella della pellicola, i proiezionisti non potevano mancare in questo documentario. Abbiamo ascoltato tante storie di altrettanti di loro, più o meno simili nella narrazione perché c’è un vissuto standard che li accomuna. Alla fine sono tre le voci riunite sotto un vecchio proiettore: quelle di Mario Piras, storico operatore del cinema Olympia di Cagliari, entrato in cabina da ragazzino nel 1948; di Luciano Cancedda, che ha lavorato nel cinema dal 1957 per diventare poi proiezionista del Moderno di Monserrato fino alla chiusura; di Dante Cadoni, che ha iniziato nel 1966 a 15 anni nel cinema Garibaldi di Villacidro per aiutare il padre, e quindi proseguire l’attività familiare. La quarta voce è di Pino Boi, cagliaritano verace, “figlio del cinema” come si definisce lui: il padre era proiezionista e rumorista già ai tempi del muto all’Olympia, e oltre a seguire le orme paterne poi abbandonate, è stato fattorino, magazziniere, distributore: una vita in mezzo alla pellicola. Ciascuno di loro porta una parola, un pensiero, un ricordo, una riflessione su un’era che si è chiusa.

I proiezionisti: Dante Cadoni, Mario Piras, Luciano Cancedda